sabato 28 giugno 2014

Sabato mattina


Sabato mattina.

Siamo in un bar... Uno di quei baracci con le slot machine e il barista dalla chiacchiera facile. Leggiamo il giornale. Roberto la Gazzetta. Io saltello tra gli articoli meno faticosi della Repubblica. Mi trovo più spesso incuriosita dalle immagini... Entra un uomo, 50 anni massimo. E' magretto e ha il capello lungo. Adidas e borsello sportivo. "Mi dai un bianco?".
E da lì parte la chiacchiera col barista... Il papà anziano e malato. Lui figlio unico. La tristezza di non poterlo tenere con sè a casa. "Mio figlio dorme in sala...". Il costo inarrivabile di una badante…

E' di spalle. Mi arriva la voce, e grazie a dio posso nascondermi dietro al giornale e non rivelare la mia curiosità.

Lascio il giornale lì. Sono con loro e ascolto. Se potessi avere il dono dell'invisibilità... Passerei le ore così. Ad immergermi nell'umanità. E sentire il fluire della vita.

Ho pensato al mio papà.
Credo che ci stiamo capendo.

domenica 26 gennaio 2014

Di Filippo Coccinella… e bacheche!



Sono nata e cresciuta in mezzo ai gatti.
In (quasi) 41 anni di vita c'è stato un solo mese in cui non ho avuto miciose vicinanze coinquiline. 

Era il febbraio 1998. L'anno in cui andai a vivere da sola, in un bilocale al quinto piano senza ascensore in viale Abruzzi 84. 

Avevo deciso che non mi sarei occupata di peli, vomiti, sabbie, calori, vacanze complicate, regole di transito su tavoli e accesso alle stanze. Ero fermamente risoluta a godermi la mia libertà. 

Tutto ciò duró un mese.

Poi...  Mi mancò la presenza fisica di un gatto. Come stampato nel mio dna il bisogno di accarezzare un gatto.

Misi in giro la voce. A quei tempi (immaginatelo detto con la voce tremula della nonnina occhi lucidi) non esisteva Facebook, ci si divideva anzi tra chi aveva il telefonino e chi no, per cui chiamai alcuni amici della lontana Cesano Boscone, chiedendo aiuto: cerco due micini!

Oggi, come sapete, basterebbero dai 2 ai 3 minuti per ricevere proposte di gattini da salvare… Allora dovetti aspettare qualche giorno. Mi chiamó una amica: "C'è una cucciolata nel retrobottega di un panettiere al Tessera". (Ndr: Quartiere di Cesano Boscone).

Abitavo esattamente dall'altra parte d
el mondo, ma non ci volle molto per convincermi: era l'unica proposta pervenuta!

Arrivó il fatidico giorno. Mi imbarcai sulla metropolitana e poi sul Cesano  e arrivai all'appuntamento con l'amica e la panettiera. Non avevo l'auto, nel 1998, e non ce l'ho nemmeno ora, era normale per me trascorrere ore in viaggio... Quanti libri letti così!

Beh insomma, ci trovammo, e mi vennero mostrati. Mamma gatta li stava allattando tutti, anzi no.

Vi stavo dicendo: mamma gatta li stava allattando. Erano dentro uno scatolone di cartone. Al primo colpo d'occhio mi resi conto che probabilmente i fratellini non sarebbero mai arrivati alle finali di Miss Gattitalia. Erano dei topastri allungati, dalle orecchie prominenti. Ma avevo fatto un bel viaggetto e chissà se mi sarebbero arrivate altre proposte a breve. Mi dovevo adeguare, non potevo fare troppo la schizzinosa. "Dai Sami, tu che fai tanto la open minded, quella che 'bisogna accogliere tutti ed andare oltre alle apparenze…'non mi dire che non vuoi prendere i due micini solo perché sono bruttarelli?!"

Insomma… feci appello a tutti i miei valori e al mio ecumenismo e decisi.

Un maschio e una femmina. Questo il punto fermo.

Già che dovevo buttarmi nel buonismo assoluto e già che c'ero decisi di fare scelte estreme: "quel micino lì, che la mamma allontana e non vuole allattare, mi sa dire se è un maschio o una femmina?".

Perentorio e spassionato il consiglio della panettiera: "signorina, quella è una femmina, ma è lo scarto, è il cucciolo che la mamma ha deciso non dovrà sopravvivere, perché è più debole degli altri e non potrebbe affrontare le difficoltà della vita. Lasci stare".

"La prendo!" .
"La femmina sarà questa topina striminzita e tremante", pensai, "e si chiamerà Coccinella. In onore della canzone dei Sottotono".

Presi dunque Coccinella tra le mie mani e mi accorsi fin da subito che non sarebbe stato semplice convincerla a farsi voler bene. Timorosa e diffidente, con gli occhi sgranati e tremante, quella toporagna tigrata soffiava con tutta la sua piccola grande forza e cercava di difendersi da me, che mi sentivo la sua salvatrice. 


Strani casi la vita. Ci sarebbero voluti almeno 14 anni prima che la piccoletta, sopravvissuta al suo destino, potesse godersi appieno la vita. Ma questa è un'altra storia.

Era giunto il momento di scegliere il maschio. Mi rivolsi ancora alla nostra burbera panificatrice dalle poche ma chiare parole e chiesi di mostrarmi quali, nella cucciolata, fossero i maschi.

"Semplice! ce n'è solo uno!" mi disse.

Ora vi devo confidare un segreto. 
Fin dall'arrivo in quel retrobottega - ora vi sembrerà che la storia sia durata ore, perché sono una ciciarona e perché mi piace divagare e poi perché sì, certe cose durano molto di più di quello che dice l'orologio - dicevo, fin dall'arrivo in quel retrobottega, mi aveva colpito uno dei gattini. 
Mi aveva, ve lo devo dire subito, colpito per la bruttezza, non per altro. 

La Coccinella, piccola toporagna tigrata, si vedeva che era stata trascurata, ma prometteva, una volta nutrita e messa al riparo, di rifiorire, un po' come fanno le ortensie rinsecchite del giardino della nonna appena le si bagna.

Ma quello era proprio strano. Era bianco (bianco sporco naturalmente), le orecchie rosa erano esageratamente grandi e il muso triangolare e bislungo faceva impressione. A coronamento di tutto due biglie azzurre al posto degli occhi. Pareva un alieno. uno di quelli che non sai se sono buoni o cattivi ma che certamente ti fa strano incontrare per la strada. Mai incontrato alieni per la strada? Eh, ma questa è un'altra storia!

Per tagliarla corta, quell'essere era certo che non l'avrei mai preso. Un gatto bianco, poi, in anni e anni e anni di gatti…uno bianco non s'era mai visto.

"Semplice, ce n'è solo uno!"

Ebbene, sì, era proprio lui. Filippo. Aveva le zampe lunghe e non so perché mi venne da chiamarlo così. Forse perché mi ricordava un po' anche un cavallino.

Non avevo scelta, ormai ero entrata in un tunnel, quello della coerenza assoluta. Terribile cosa, la coerenza! non potevo tradire l'impegno al ruolo di benefattrice solo in nome di un semplice razzismo estetico.

Dunque era stato scelto anche il secondo. Direi una scelta liberissima, no?

Posi i due strani esserini nella scatola delle scarpe che mi ero premurata di portare da casa (con buchi per l'areazione, naturalmente) e d'accordo con l'amica salutammo la cara panettiera.

Il viaggio di ritorno fu esattamente lungo come quello dell'andata, ma chissà come mi parse infinito. 

L'alieno bianco cadde in un sonno profondo, mentre la piccoletta si pose in prima linea, a difesa di quello che si sarebbe poi rivelato un amore mai corrisposto, il suo adorato fratellone prepotente.

Ecco, ora potrei andare avanti per anni, esattamente 16, e con le mie distensio animae, a raccontare la storia di noi tre diventati poi quattro, ma da qualche parte oggi volevo arrivare e così cercherò di arrivarci.

Negli anni che seguirono mi capitò di vivere 4 anni sola, isolata nella mia torre, dove rari erano gli inviti. Avevo bisogno di stare così. Poi successe qualcosa.

Successe che i 4 anni passati da sola era bastati. Non so a cosa, ma erano stati necessari per iniziare un nuovo pezzetto, una nuova serie. Come nei telefilm, era finita una stagione.

E così decisi di provare a condividere l'appartamento in cui abitavo: era piccolissimo, due locali, in bagno non si poteva entrare in due, anzi non ci si poteva nemmeno girare in uno. Ma era la mia casetta adorata. Avevo pitturato le pareti di diversi colori, ed il frigo l'avevo verniciato di giallo e arancio.

Scelsi con cura le persone con cui abitare, ed ognuna è nel mio cuore, oltreché qui.

Ritornando ai miei due creaturini, lasciati nella scatola delle scarpe in un lungo viaggio in metropolitana, vi devo dire che nei giorni che arrivarno accadde questo: Filippo più lo guardavo e più pensavo che era brutto, più pensavo che era brutto e più pensavo che era strano, più pensavo che era strano più pensavo che era speciale, più pensavo che…insomma stavo sempre dietro a pensare a lui.

Con la Coccinella, il percorso fu un'altro. Stette nascosta per giorni mesi e si rivelò piano piano, titubante e diffidente, sempre pronta a scappare di fronte ad un movimento brusco o ad un tono non gentile.

Scelsi di farli girare in casa come preferivano, e amavo cenare con loro vicini, anche sul tavolo. Naturalmente fin da subito chiesi loro starmi vicino, la notte, perché il mio dna reclamava il loro contatto, come già vi ho detto.

Mi entrarono nel cuore, nelle giornate… E nelle vostre bacheche :-) !


martedì 2 ottobre 2012

... ma la cosa divertente della giornata

... ma la cosa divertente della giornata, é che alla fine, furibonda, mi son detta: "Ciá, almeno una cosa la portiamo a termine oggi. Andiamo in tintoria a ritirare la trapunta Caleffi che settimana scorsa non era pronta e nemmeno quella prima. Ho perso lo scontrino, ma tanto si ricordano di me, son lì tutte le settimane...."

"Certo, descrivimela, che te la dò subito..."

No, non crediate che la storia si incentri sulla banale possibilità di aver dimenticato i dettagli del trapuntino portato circa 6 mesi addietro. Ricordo perfettamente ogni dettaglio (faccia furbetta ed autocompiaciuta): baffuta, ma pur sempre di donna qui si tratta.

"Sfondo marrone, strisce lilla, arancio, giallo. Marca Caleffi"

Corre, ha le idee chiarissime e va dritto al sodo.
Torna e trionfante mi porge...

Gli appassionati di letteratura e i pignoli della vergine saranno ora in attesa della chiusura della mia ultima frase: "torna e trionfante mi porge..."?
Cosa le porge?
Non sarebbe stato difficile dire "la mia bella trapunta": quindi perchè non l'ha detto? Vuole forse farci impazzire?

C'è gente qui che può immaginare qualunque oggetto che un povero negoziante sfiancato può porre ad una maniaca della descrizione dettagliata e ipotattica.

Vi starete dunque domandando: "Insomma: l'hai portata a casa la tua trapunta o no?!"
 

(Fatemi riprendere).

Sono le 18, non ho (ancora) bevuto nessun alcolico, ma...
Vedo doppio!

E il buon tintore mi porge (eccoci!) non la mia trapunta... ma le mie DUE trapunte!
Non crediate avessi portato due trapunte uguali o chessòìo (due accenti in una parola?): niente di così originale. Semplicemente in zona Cimiano qualcuno ha avuto la mia stessa (doppia) idea! trapunta e tintoria.

E qui si è sviluppato il dilemma morale-esistenziale tipico di ogni buona e vera tragodìa greca.

Vi prego di evitare di lasciarvi andare ad un "Beh, ben per quello che hanno inventato i numerini di assegnazione", perché pecchereste di scarsa creatività.


E dunque: che fa il buon commerciante in questo caso? Molla alla cliente una delle due scommettendo e confidando che la cliente copiona ma certamente ligia e perciò numerinata ritroverà il suo medesimo caleffin trapuntino?!

Purtroppo (ahimè, lo so) il buon gestore, che si ricorda di dover applicare nel suo lavoro la diligenza del buon padre di famiglia, dovrebbe dirmi che prende volentieri nota del mio recapito telefonico e che, quando passerà la proprietaria di uno dei 2 numerelli, mi chiamerà per dirmi che posso ritirare la mia...

Ma il tintore é professional (ovvero non mi dá nessuna trapunta e nemmeno mi propone il lancio della monetina), ma non ha grandi doti di problem solving. Dunque restiamo a boccheggiare inebetiti uno di fronte all'altra, l'altra all'uno.
Io e lui ci guardiamo, sguardi pallati ed espressioni da cernia sul banco del pesce del sabato.
I clienti sopraggiunti giocano a tressette e qualcuno azzarda scommesse...


Quando la cernia Samantha ha un guizzo.

"Fermi tutti! Guardo meglio nel portafoglio!" (Faccia di una che ha avuto l'idea più geniale di questo mondo).


E vualá!

Eccolo qui, il bel 533!


E non si pensi che nel portafoglio ci fosse, il numero in questione, perché, ceeerto che non ci era! Se no la storia che magia avrebbe?! 


Esco e mi schianto da Tigotà. 


Quando ce vò ce vò. Che fatica e che stress, 'sti negozianti petulanti... 

Qui mi ci vuole un po' di sano shopping.
Che, dopo tutto questo faticare... non me lo merito un regalino?!



sabato 29 settembre 2012

10 cose che scelgo, Iphone e altro


Ho voglia di dire e di uscire dal coro raccontando la mia personale posizione, frutto di una soddisfatta libera responsabile e consapevole scelta.

1) Scelgo di non avere un'automobile.

2) Scelgo di muovermi con la bici o con i mezzi pubblici (di cui sono fedele azionista).

3) Scelgo di fare vacanze preferibilmente in campeggio.

4) Scelgo di non spendere più di 100 euro per un capo di abbigliamento e sono felice di acquistare abiti anche usati se hanno mantenuto la loro dignità.

5) Scelgo di fare la spesa al mercato, appena mi é possibile, e non rifuggo i discount.

6) Scelgo di non buttare oggetti che non uso più e non mi formalizzo a riceve lo stesso. Al Cimiano Hill's Market ho visto con gioia rinascere oggetti dimenticati.

7) Scelgo e amo abitare in un condominio sgarrupato, dove gli idiomi più parlati sono l'arabo ed il filippino. Dove le spese condominiali sono ancora umane. 

8) Scelgo di comprarmi un IPhone (che é anche un cellulare) e di utilizzarlo al massimo per esprimermi, tenermi in contatto con le persone care, organizzarmi la vita e sì, giocare.

9) Scelgo di non giudicare chi si compra auto da decine di migliaia di euro, chi le usa per fare pochi metri, chi spende mezzo stipendio per un paio di stivali e chi fa finanziamenti per pagarsi le vacanze ai tropici.

Semplicemente perché non so.
Perché non conosco il percorso che porta ciascuno a scegliere diversamente da me.

Semplicemente sorrido e sto bene nelle mie scelte e non mi lamento se le conseguenze di queste a volte mi costano un po' di sacrifici.

10) Scelgo e mi auguro che ciascuno prima di guardare le scelte dell'altro consideri le proprie e sinceramente un po' mi delude vedere tanto qualunquismo e così tanta differenza di severità tra lo sguardo che si ha nei confronti dei propri "lussi" e quelli altrui.

Affettuosamente vostra
 :-) Samantha

domenica 5 agosto 2012

10 cose che ho scoperto in Corsica


Scoperte e riflessioni in queste due settimane di campeggio in Corsica:


1) Potevo evitare di portare tre paia di scarpe col tacco.



2) La Corsica è popolata da colonie di olandesi tedeschi francesi svizzeri, tutti raggruppati in famiglie. 

3) In nord Europa a 30 anni hai già tre figli. Ed io potrei essere nonna. 

4) Nessun esemplare intercettato di maschio latino al cucco (probabilmente in trasferta a Formentera-Ibiza).

5) Per un raro fenomeno genetico i bimbi biondo fluo che cospargono l'isola hanno mamme dalle chiome corvine.

6) In Corsica frutta e verdura son da urlo, mentre una pizza della peggior specie può costarti anche 13 euro.


7) Le strade del Dito sono meglio (o peggio: come preferite) di un Camel Trophy e incrociare un toro a finestrini aperti può dare un brividino.

8) Bella Centuri, ma l'aragosta migliore resta quella che mangiai a Essaouira.

9) Il Tao a Calvi è un posto particolare, dal panorama e dal contesto molto ambient, ma forse sarebbe stato meglio trovarlo aperto.

10) Due settimane non bastano a girarsi nemmeno la metá dell'isola.


E dunque... prepariamoci a tornare!



lunedì 2 luglio 2012

Raccontami la storia del tuo anello

"Raccontami la storia del tuo anello".
Una domanda buttata lì come come una palla gettata, certi che verrà presa al volo.

Non mi conosce ancora bene, Edoardo, eppure mi si rivolge con quella curiosità che par dire "io lo so che qualcosa mi dirai". Mi chiede di dargli del tu, ma io non riesco.

Gli spiego, dare del lei è per me come bussare prima di entrare, è un po' come camminare in punta di piedi. Sorride Edoardo, con un sorriso pieno, nonostante i denti andati, lo vedo che non è d'accordo, e mi dice "va beh, lasciamo perdere, raccontami la storia".

Guardo l'anello che porto da 7 anni, non più lucido e tutto ammaccato.
Eravamo a Napoli. La nostra prima vacanza insieme, una stanza nell'ostello più economico, quello che due educatori potevano permettersi. Un letto a castello ed io che negoziavo la posizione panoramica.
Ero felice con lui, per le vie di quella città che ci sorprese fin da subito. Spaccanapoli ed i gatti sugli scogli, i quartieri spagnoli, il caffè speciale e "davvero ha un sapore diverso", e le persone, l'umorismo triste e l'arrendevole ironia napoletana così distante dal mio pragmatismo milanese e dal suo sognante sguardo di fauno giocoso.

Desideravo tanto un anello, l'anello.

"Ma cosa ti importa... l'anello... uniformarti alla massa, rientrare nei luoghi comuni... l'anello siamo noi, te lo creo io, ogni giorno, un fiore per te...".
Arrivammo, maledetta mia forza di volontà, al compromesso.
"Lo compro io, lo scegliamo insieme, e per me sarà l'anello".
Quella notte mi svegliò lui, che mi infilava l'anello, forse voleva vedermi sorridere al risveglio.

Son passati sette anni. L'ho sempre tenuto, ma  mai infilato all'anulare.

Quella sera risalii sul letto 'conquistato' e mi riaddormentai triste.
Ero la regina di un regno senza musica, padrona del nulla che avevo conquistato senza raggiungere.

Lo guardo.
Non si è distratto un attimo.
"E' un po' triste, la storia, forse si aspettava altro..."
Gli sorrido e guardo l'anello.
"Ma è con me, ed è prezioso. Mi ricorda quanto sia importante saper lasciar fare all'altro il suo passo. Che posso anche ottenere quello che desidero, combattere, vincere. Ma se l'altro non è con me, ho conquistato un regno disabitato, dove sentir risuonare solo la mia voce".

Edoardo mi guarda dietro gli occhiali spessi.
Mi fa cenno di sì. 
Ha afferrato la palla al volo.



giovedì 26 aprile 2012

Il maglioncino rosa (un racconto samanthoide)



Martedì, ritorno da Londra.
Un unico acquisto per me, un maglioncino di cachemire rosa. Comprato a Camden, bucato. 15 sterline. Un affare.
 Resta solo di farlo cucire per benino, sistemare, rattoppare.

 So già dove andare. Il cinesino che parla poco, ascolta mentre ti domandi se capisca e intanto alla radio va Radio Lombardia che impreca contro gli stranieri e Pisapia.
Lo porto da lui, arrivata col volo delle 16 a Linate, passo da casa, attendo che smetta di grandinare palle di neve e via, sì, vado.
Domani ci sará un clima tropicale post monsonico, ma io devo, assolutamente devo indossare il mio maglioncino rosa a V di cachemire.

 Dunque corro dal 'mio' cinesino.
Mentre la radio sputacchia le peggio parolacce italiane contro i rom che sporcano le strade, spiego il lavoro da farsi. Mi ascolta, poi gli dico: "Certo son proprio arrabbiati, quelli lí alla radio".

E lui esplode a ridere. 

Ridiamo.

"Lolo semple cosí".

 

Ho fretta di avere il mio maglioncino pronto, e quando mi dice: "Vieni veneldi, anzi no dai, facciamo anche giovedì", non paga, rilancio: "Ma domani sei aperto, ce la fai per domani?"

 Mi dice : "Ci plovo".

"Se mi dai il tuo numero di telefono ti chiamo, così mi dici se ce l'hai fatta".

Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.

Lo guardo.
Insisto.

"Se mi dai il tuo numero di telefono mi dici se è pronto".

Silenzio.
Silenzio
Silenzio.

Lo guardo negli occhi. Sguardo da 'ok va bene non insisto più'.
Acciuffa per la coda il mio pensiero, tempo perfetto, e dice: "Telefono non selvile, che ploblema c'è? -serafico- tu domani venile: io avele plonto lavolo fatto". 

Ora ho con me il maglioncino rattoppato. Il mio trofeo.
Domani ci saranno 27 gradi, lo indosserò uguale.

E penserò al cinesino che (radio spenta oggi) al mio: "Scusami, dopo tutto il mio insistere, ieri non ce l'ho fatta a venire!"...

è scoppiato a ridere.