venerdì 18 settembre 2015

Il cuore nella pancia



Un giorno ti racconteremo di come ti cercammo, preparando i nostri cuori e le nostre vite ad incontrarti.

Ti racconteremo di come sorprendesti ogni razionalità, dimostrando che la Vita sa andare oltre e stupirci ogni giorno con la sua rinascita.

Ora che la mia volontà è guidata dal naso, che il mio pensiero è nello stomaco e che ho il tuo cuore che batte nella mia pancia... Non riesco più a trattenere la mia felicità e la mia voglia di dire a tutti che ci sei.

Non vedo l'ora di conoscerti!


martedì 8 settembre 2015

I Lisianthus.

... e così oggi, dopo diversi giorni di mal di testa che l'unica cosa che mi da tregua è il dormire, oggi, finalmente, mi si snebbia il pensiero, si apre lo sguardo: la tregua o la fine? Non importa, me la godo!

E così al lavoro mi lascio andare a parole sciocche, a battute che qualcuno sorride per solidarietà; lotto con un caro collega, e vinco: voglio offrirgli un pranzo, di cuore; passo a trovare una persona dagli occhi buoni solo per chiederle come sta, poi m'incammino verso casa. Voglio respirare e rapire tutta la bellezza che il malessere mi aveva impedito. 
Torno a casa con un mazzo enorme di fiori rosa e bianchi.

"Li prendo tutti!"

E mi dedico a riempire di dolcezza e sogni ogni angolo della casa.

sabato 1 agosto 2015

Catania, 2 novembre 2014.

È stato un giorno strano, salire sull'Etna, le zolle nere, andare in alto e non vedere per le nuvole di fuliggine, sapere di avere i piedi su qualcosa di caldo e sentire freddo, il freddo delle alte quote di montagna ma senza il premio della vetta conquistata. 

Sulle curve in discesa panorami lunari, la natura che vuole vivere sulle ceneri, fumi di piccoli crateri sparsi. Il bisogno di chiudere gliocchi, come un rapimento. Tra le pieghe di un sonno leggero d'improvviso una zampata, il dolore.

Le immagini...ero lì, la chiesa, noi quattro coi jeans, come te. Ancora un saluto, ancora uno, ancora un ricordo di te, ancora una parola da dirti... Ancora un milione di parole, una vita da dirti.

Credo che l'Etna sia in quel momento esploso in colate lente ed inesorabili e lapilli pazzi sul mio viso. Dal profondo il mio magma ha trovato, a volte accade, e spesso d'improvviso, strada, bruciando tutto intorno.

Dicono che le terre colpite dai fiumi di fuoco diventino poi più fertili. Solo ci vuole tempo, tanto tempo.

Chissà. Non so. E ora non mi interessa. So solo che non ci sei e che questo mi fa male ancora e sempre.


sabato 18 luglio 2015

Renzo, il barbiere dell'ospedale

    Oggi siamo andati a trovare zio Gianfranco, il fratello della mamma. 
Gli ospedali sono dei microcosmi, dove la vita continua con ritmi suoi e dove gli abitanti si organizzano secondo consuetudini proprie.

E allora può succedere di incontrare il signor Renzo, il barbiere che si occupa di rinfrescare gli ospiti, anche quelli che magari sono mesi che non si guardano allo specchio.


Il signor Renzo porta nel trolley tutto l'armamentario del
Buon Barbiere, ci racconta barzellette sconce in milanese e ci dichiara orgoglioso di essere uno studioso della Bibbia. "Io ai testimoni di Geova tengo testa".
Mi fa anche qualche complimento ("hai piedi spirituali") e, sapete quanto sono vanitosa, mi emoziono un pochetto.

Di Roberto dice che si vede che è una brava persona e che il suo nome porta la radice del legno di rovere e della berta... Non lo seguo molto, ma andremmo avanti così per ore.

Lo zio osserva dal letto e, giuro l'ho visto, gli scappano un paio di risate sdentate che mi aprono il cuore.

Il signor Renzo ci dice che lo zio è molto magro e che converrà aspettare almeno una settimana prima di fare la prossima rasatura. Poi gli passa la colonia, "sentite che buon profumo!" E la passa anche sui capelli da pulcino, per rinfrescarlo.

Poi, prima di andare via, mi chiede se lavoro per una casa editrice, perché sta ultimando un suo libro e gli piacerebbe pubblicarlo.



martedì 7 luglio 2015

Partire leggera…tornare alleggerita

Perché in campeggio c'è sempre qualcuno che ti presterà l'accendino che ovviamente ti sei scordato nonostante l'elenco minuzioso.

Perché in campeggio c'è sempre qualcuno a cui potrai offrire il tuo compressore da 10€ del Decathlon di cui vai così orgoglioso (e sentirti un supereroe).

Perché occuparsi dell'essenziale (dov'è il bagno - dove si sposterà l'ombra al sorgere del sole - copri bene i biscotti prima che le formiche ci vadano... ) è per me il miglior scacciapensieri al mondo.


Perché attraversare la pineta dopo la doccia calda è una delle sensazioni che più mi riconcilia con la Vita.

Perché addormentarsi al gracidare delle rane e il ritmato tù-tù dell'assiolo per poi svegliarsi al frinire insistente delle cicale innamorate mi emoziona ogni volta.

Perché sulla grande navicella spaziale dei campeggi tutti ci si conosce e non c'è niente di più naturale di un cenno di saluto alle 7 tra te col rotolo di cartigienica che corri per non farti la pipì addosso (per quello si dice che scappa) e il pensionato che da una vita torna lì e legge pacifico il suo giornale con una tazza profumosa e fumante di caffè della moka.

Perché in campeggio ciascuno interpreta la propria personale idea di Casa e perchè mi diverte così tanto ammirarne le diverse versioni umane: dall'organizzazione degli spazi che nemmeno alla Nasa, alla poetica veranda decorata nel minimo dettaglio con gerani, petunie e tanto di cartelli di benvenuto.

Perché sono un'inguaribile ottimista e faccio finta di dimenticare che la prima notte abbiamo non-dormito sul materassino sgonfiato.

Perché siamo tornati a Milano da mezz'ora e già sto rosolando come sul girarrosto.


Perché mi piace partire leggera e tornare alleggerita.

Per questo e mille altri motivi amo le vacanze in campeggio.


sabato 28 giugno 2014

Sabato mattina


Sabato mattina.

Siamo in un bar... Uno di quei baracci con le slot machine e il barista dalla chiacchiera facile. Leggiamo il giornale. Roberto la Gazzetta. Io saltello tra gli articoli meno faticosi della Repubblica. Mi trovo più spesso incuriosita dalle immagini... Entra un uomo, 50 anni massimo. E' magretto e ha il capello lungo. Adidas e borsello sportivo. "Mi dai un bianco?".
E da lì parte la chiacchiera col barista... Il papà anziano e malato. Lui figlio unico. La tristezza di non poterlo tenere con sè a casa. "Mio figlio dorme in sala...". Il costo inarrivabile di una badante…

E' di spalle. Mi arriva la voce, e grazie a dio posso nascondermi dietro al giornale e non rivelare la mia curiosità.

Lascio il giornale lì. Sono con loro e ascolto. Se potessi avere il dono dell'invisibilità... Passerei le ore così. Ad immergermi nell'umanità. E sentire il fluire della vita.

Ho pensato al mio papà.
Credo che ci stiamo capendo.

domenica 26 gennaio 2014

Di Filippo Coccinella… e bacheche!



Sono nata e cresciuta in mezzo ai gatti.
In (quasi) 41 anni di vita c'è stato un solo mese in cui non ho avuto miciose vicinanze coinquiline. 

Era il febbraio 1998. L'anno in cui andai a vivere da sola, in un bilocale al quinto piano senza ascensore in viale Abruzzi 84. 

Avevo deciso che non mi sarei occupata di peli, vomiti, sabbie, calori, vacanze complicate, regole di transito su tavoli e accesso alle stanze. Ero fermamente risoluta a godermi la mia libertà. 

Tutto ciò duró un mese.

Poi...  Mi mancò la presenza fisica di un gatto. Come stampato nel mio dna il bisogno di accarezzare un gatto.

Misi in giro la voce. A quei tempi (immaginatelo detto con la voce tremula della nonnina occhi lucidi) non esisteva Facebook, ci si divideva anzi tra chi aveva il telefonino e chi no, per cui chiamai alcuni amici della lontana Cesano Boscone, chiedendo aiuto: cerco due micini!

Oggi, come sapete, basterebbero dai 2 ai 3 minuti per ricevere proposte di gattini da salvare… Allora dovetti aspettare qualche giorno. Mi chiamó una amica: "C'è una cucciolata nel retrobottega di un panettiere al Tessera". (Ndr: Quartiere di Cesano Boscone).

Abitavo esattamente dall'altra parte d
el mondo, ma non ci volle molto per convincermi: era l'unica proposta pervenuta!

Arrivó il fatidico giorno. Mi imbarcai sulla metropolitana e poi sul Cesano  e arrivai all'appuntamento con l'amica e la panettiera. Non avevo l'auto, nel 1998, e non ce l'ho nemmeno ora, era normale per me trascorrere ore in viaggio... Quanti libri letti così!

Beh insomma, ci trovammo, e mi vennero mostrati. Mamma gatta li stava allattando tutti, anzi no.

Vi stavo dicendo: mamma gatta li stava allattando. Erano dentro uno scatolone di cartone. Al primo colpo d'occhio mi resi conto che probabilmente i fratellini non sarebbero mai arrivati alle finali di Miss Gattitalia. Erano dei topastri allungati, dalle orecchie prominenti. Ma avevo fatto un bel viaggetto e chissà se mi sarebbero arrivate altre proposte a breve. Mi dovevo adeguare, non potevo fare troppo la schizzinosa. "Dai Sami, tu che fai tanto la open minded, quella che 'bisogna accogliere tutti ed andare oltre alle apparenze…'non mi dire che non vuoi prendere i due micini solo perché sono bruttarelli?!"

Insomma… feci appello a tutti i miei valori e al mio ecumenismo e decisi.

Un maschio e una femmina. Questo il punto fermo.

Già che dovevo buttarmi nel buonismo assoluto e già che c'ero decisi di fare scelte estreme: "quel micino lì, che la mamma allontana e non vuole allattare, mi sa dire se è un maschio o una femmina?".

Perentorio e spassionato il consiglio della panettiera: "signorina, quella è una femmina, ma è lo scarto, è il cucciolo che la mamma ha deciso non dovrà sopravvivere, perché è più debole degli altri e non potrebbe affrontare le difficoltà della vita. Lasci stare".

"La prendo!" .
"La femmina sarà questa topina striminzita e tremante", pensai, "e si chiamerà Coccinella. In onore della canzone dei Sottotono".

Presi dunque Coccinella tra le mie mani e mi accorsi fin da subito che non sarebbe stato semplice convincerla a farsi voler bene. Timorosa e diffidente, con gli occhi sgranati e tremante, quella toporagna tigrata soffiava con tutta la sua piccola grande forza e cercava di difendersi da me, che mi sentivo la sua salvatrice. 


Strani casi la vita. Ci sarebbero voluti almeno 14 anni prima che la piccoletta, sopravvissuta al suo destino, potesse godersi appieno la vita. Ma questa è un'altra storia.

Era giunto il momento di scegliere il maschio. Mi rivolsi ancora alla nostra burbera panificatrice dalle poche ma chiare parole e chiesi di mostrarmi quali, nella cucciolata, fossero i maschi.

"Semplice! ce n'è solo uno!" mi disse.

Ora vi devo confidare un segreto. 
Fin dall'arrivo in quel retrobottega - ora vi sembrerà che la storia sia durata ore, perché sono una ciciarona e perché mi piace divagare e poi perché sì, certe cose durano molto di più di quello che dice l'orologio - dicevo, fin dall'arrivo in quel retrobottega, mi aveva colpito uno dei gattini. 
Mi aveva, ve lo devo dire subito, colpito per la bruttezza, non per altro. 

La Coccinella, piccola toporagna tigrata, si vedeva che era stata trascurata, ma prometteva, una volta nutrita e messa al riparo, di rifiorire, un po' come fanno le ortensie rinsecchite del giardino della nonna appena le si bagna.

Ma quello era proprio strano. Era bianco (bianco sporco naturalmente), le orecchie rosa erano esageratamente grandi e il muso triangolare e bislungo faceva impressione. A coronamento di tutto due biglie azzurre al posto degli occhi. Pareva un alieno. uno di quelli che non sai se sono buoni o cattivi ma che certamente ti fa strano incontrare per la strada. Mai incontrato alieni per la strada? Eh, ma questa è un'altra storia!

Per tagliarla corta, quell'essere era certo che non l'avrei mai preso. Un gatto bianco, poi, in anni e anni e anni di gatti…uno bianco non s'era mai visto.

"Semplice, ce n'è solo uno!"

Ebbene, sì, era proprio lui. Filippo. Aveva le zampe lunghe e non so perché mi venne da chiamarlo così. Forse perché mi ricordava un po' anche un cavallino.

Non avevo scelta, ormai ero entrata in un tunnel, quello della coerenza assoluta. Terribile cosa, la coerenza! non potevo tradire l'impegno al ruolo di benefattrice solo in nome di un semplice razzismo estetico.

Dunque era stato scelto anche il secondo. Direi una scelta liberissima, no?

Posi i due strani esserini nella scatola delle scarpe che mi ero premurata di portare da casa (con buchi per l'areazione, naturalmente) e d'accordo con l'amica salutammo la cara panettiera.

Il viaggio di ritorno fu esattamente lungo come quello dell'andata, ma chissà come mi parse infinito. 

L'alieno bianco cadde in un sonno profondo, mentre la piccoletta si pose in prima linea, a difesa di quello che si sarebbe poi rivelato un amore mai corrisposto, il suo adorato fratellone prepotente.

Ecco, ora potrei andare avanti per anni, esattamente 16, e con le mie distensio animae, a raccontare la storia di noi tre diventati poi quattro, ma da qualche parte oggi volevo arrivare e così cercherò di arrivarci.

Negli anni che seguirono mi capitò di vivere 4 anni sola, isolata nella mia torre, dove rari erano gli inviti. Avevo bisogno di stare così. Poi successe qualcosa.

Successe che i 4 anni passati da sola era bastati. Non so a cosa, ma erano stati necessari per iniziare un nuovo pezzetto, una nuova serie. Come nei telefilm, era finita una stagione.

E così decisi di provare a condividere l'appartamento in cui abitavo: era piccolissimo, due locali, in bagno non si poteva entrare in due, anzi non ci si poteva nemmeno girare in uno. Ma era la mia casetta adorata. Avevo pitturato le pareti di diversi colori, ed il frigo l'avevo verniciato di giallo e arancio.

Scelsi con cura le persone con cui abitare, ed ognuna è nel mio cuore, oltreché qui.

Ritornando ai miei due creaturini, lasciati nella scatola delle scarpe in un lungo viaggio in metropolitana, vi devo dire che nei giorni che arrivarno accadde questo: Filippo più lo guardavo e più pensavo che era brutto, più pensavo che era brutto e più pensavo che era strano, più pensavo che era strano più pensavo che era speciale, più pensavo che…insomma stavo sempre dietro a pensare a lui.

Con la Coccinella, il percorso fu un'altro. Stette nascosta per giorni mesi e si rivelò piano piano, titubante e diffidente, sempre pronta a scappare di fronte ad un movimento brusco o ad un tono non gentile.

Scelsi di farli girare in casa come preferivano, e amavo cenare con loro vicini, anche sul tavolo. Naturalmente fin da subito chiesi loro starmi vicino, la notte, perché il mio dna reclamava il loro contatto, come già vi ho detto.

Mi entrarono nel cuore, nelle giornate… E nelle vostre bacheche :-) !